Disprezzo "i babbuini, i fiaschi vuoti, i palloni gonfiati, i «farabutelli», coloro che stanno sempre alla finestra, coloro che, dopo essersi rinchiusi in casa, scendono per la strada a cose fatte e magari dicono che hanno vinto." - BERTO RICCI °/°/°/ luniversale@libero.it
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Federico Midgar
L´immigrazione coatta è una mannaia che quando si abbatte sui Popoli crea disastri sia dalla parte di chi emigra sia da quella di chi accoglie. E' bello lasciare forzatamente la propria Terra? Lo capiranno i sinistri clerical progressisti? Basteranno le loro lacrime ed i loro altolocati sdegni davanti a 700 milioni di immigrati pronti ad immigrare? Qui non c'è nessun becero razzismo. C'è un problema che va affrontato. E siamo per la difesa di ogni Popolo dalla omologazione culturale ed economica...
Riceviamo e pubblichiamo

FINI E GLI "STRONZI
Luca Zampini, Fiamma Tricolore
Salve, sono un "stronzo", o almeno, ho scoperto di essere tale da quando la terza carica dello Stato, l´arrampicatore sociale per eccellenza, Gianfranco Fini, ha deciso per un giorno di fare il borgataro, mettersi un paio di jeans e dire parolacce.
A ben vedere non sono l´unico, di stronzo, più o meno tutti lo sono nel partito in cui milito,
Dicevamo "stronzi". Giusto.
Le parole di Fini, il politico buono per rassicurare le paure e le fobie borghesi ed inorgoglire i conservatori doc ed ogni colonnello in pensione che si rispetti, hanno turbato la "destra". Chi si interroga, chi si è offeso.
Io, sinceramente, mi sento abbastanza sereno, come credo i miei camerati, non essendo ancora rimasto folgorato sulla via della teologia anti-nazionale, anzi mi tengo la dotta dizione finiana "stronzo" e me ne frego. È la mia spiccata sensibilità da "male assoluto" che me lo impone, quasi antropologicamente.
Mi preoccupano invece i troppi miei connazionali che hanno ormai smarrita la capacità di guardare il potere negli occhi e non riescono manco più a riconoscerlo. E per loro è bell´apparecchiato il teatrino degli schematismi: immigrati tutti demoni o immigrati tutti angeli. Non se ne esce. La realtà è un´altra: non si può affrontare il problema dell´immigrazione a suon di stronzate.
L´appartenenza non è una patente a punti; l´ottenimento della nazionalità non può considerarsi alla stregua della sottoscrizione di un abbonamento al cinema. Solo lo spirito mercantile imperante può concepirlo in tal guisa: ci sono da fare un sacco di affari, bisogna fare in fretta!
L´immigrazione è una mannaia che quando si abbatte sui popoli crea disastri sia dalla parte di chi emigra sia da quella di chi accoglie. Impoverisce tutti...a parte chi maneggia la mannaia.
E allora si tratta di capire ed individuare di chi è la mano che regge la mannaia. Ed è un bel comitato d´affari, che arruola esponenti politici, economici, confessionali e tecnocrati: si chiama MONDIALISMO! Mondialismo che è il rovesciamento del concetto di Impero, che è anti-Tradizione e di cui
Noi però siamo sempre irremovibilmente per
Ah, dimenticavo...una soluzione?
Tagliare il business sull´immigrazione. Dirottiamo l´otto per mille della chiesa cattolica (che va in gran parte alla Caritas) e il 5 per mille delle organizzazioni che si occupano d´accoglienza (tutto l´indotto che vive del disagio dell´immigrazione) verso progetti governativi bilaterali di cooperazione, studio e sviluppo coi Paesi di provenienza, per creare prospettive di crescita nel luogo d´origine e/o vincolando parte dei contributi di chi lavora in Italia alla realizzazione di investimenti inalienabili in patria.
Un tentativo, così, per provare...
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Un ottimo articolo che nopn merita ulteriori commenti. Solo qualche nostra sottolineatura di qualche pensiero che più ci ha colpiti. La morale, purtroppo, è quella di sempre. La questione etica per i nostri liberisti rimane quindi una questione di dettaglio, comunque subalterna al profitto...

Acqua, fra diritto e mercato
Giovanni Paletta
Il Senato ha approvato, il 4 novembre u.s, il DL 135/09 , in cui, dopo aver rilevato che i servizi pubblici locali, tra cui l’acqua, sono di “rilevanza economica” vieta ai Comuni di detenere quote di maggioranza nella gestione del servizio. La Camera ha approvato questa norma - su cui ieri 18 novembre il Governo aveva posto la fiducia - inserita nel Decreto Legge salva-infrazioni comunitarie. Comunque è bene sottolineare che in questo tipo di liberalizzazioni, volute dal governo berlusconi, è ingannevole invocare i diritti comunitari poiché l’Europa, senza dire nulla sulle aziende pubbliche, afferma solo che i gestori vanno scelti con procedure, senza distinzione fra pubblico e privato.
Per il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, quello votato alla Camera "è un buon provvedimento perchè dà luogo a una liberalizzazione da tempo auspicata. L'acqua rimane un bene pubblico ma il servizio viene liberalizzato e questo non significa necessariamente privatizzato". Insomma il Presidente dell’Antitrust sostiene il sofisma che vengono privatizzati gli acquedotti, ma non l’acqua, senza entrare – come suo compito istituzionale - nel merito del regime di monopolio privato che, in considerazione della realtà degli attuali operatori del settore, è facile supporre che si realizzi e quindi della determinazione dei prezzi in assenza di concorrenza. Intanto, sull'onda del decreto, a Piazza Affari, Acque Potabili e Mediterranea Acque hanno registrato un vero e proprio boom, con un rialzo del 21,19% e del 14,22%. Le altre utility, ognuna alle prese con problemi interni, hanno registrato progressi più contenuti: Acea (+0,39%), A2A (+0,77%), Enia (+0,39%). Iride ha ceduto lo 0,30%.
Eppure, in Europa, nessun altro paese ha vietato ai propri Enti Pubblici locali di possedere la maggioranza azionaria delle società che devono erogare servizi pubblici e questo decreto testimonia la volontà politica di accelerare le privatizzazioni, senza alcun confronto di merito con i titolari dei servizi e, soprattutto, senza neanche provare a correggere gli errori del passato, in cui le privatizzazioni e le liberalizzazioni in altri settori strategici si sono tradotte in tariffe più alte, peggioramento delle infrastrutture, perdita dei livelli occupazionali e meno sicurezza per i cittadini.
In dati statistici tra il 2002 e il 2008 le tariffe dell’acqua sono aumentate del 30% e il peggioramento dei servizi (nel decennio 1990-2000) ha registrato un calo degli investimenti del 70%. A seguito delle nuove privatizzazioni si prevede un ulteriore aumento del 30% delle tariffe. Altri Paesi, all’interno dell’OCSE, traendo insegnamento dalle esperienze fatte, hanno bloccato, rinviato o interrotto la politica di privatizzazioni, oppure l’hanno attuata con operazioni sporadiche e di portata ridotta. Alesina e Drazen , pur riconoscendo che gli effetti redistributivi delle privatizzazioni spesso comportano un trasferimento di ricchezza dagli insider, ovvero i dipendenti delle imprese pubbliche (colpiti da profonde ristrutturazioni industriali e taglio di esuberi) agli outsider, gli azionisti (a cui vanno i conseguenti guadagni di efficienza) tuttavia, rilevano che altri paesi hanno attuato privatizzazioni compiute, redditizie e vantaggiose all’interno di più vaste riforme strutturali.
Di conseguenza ritengono che la diversità negli esiti della politica di liberalizzazione vada ricercata nelle diversità dei modelli di democrazia, anche se generalmente gli amministratori pubblici, di destra e di sinistra, sono favorevoli alle privatizzazioni per le ricadute positive sulle finanze pubbliche. Tuttavia le privatizzazioni – notano Alesina e Drazen - riescono meglio dove le istituzioni politiche si conformano al modello maggioritario e quindi attribuiscono minor potere alle minoranze. In questo contesto la frequenza delle privatizzazioni è più alta e più alti sono i proventi realizzati. Ciò significa che un sistema maggioritario asseconda l’azione di governo escludendo ampie minoranze dal processo decisionale; al contrario, un sistema consensuale favorisce la partecipazione e il pluralismo riducendo le tensioni politiche e sociali ma tende a produrre un’impasse decisionale.
Ma al di la dei processi decisionali, quella delle forniture idriche, a livello macro-economico, si inserisce in un più ampio processo globale di trasformazione neoliberista che vede gli Stati ridurre la loro azione e non solo nella gestione dei servizi.
Uno studio condotto da Icij (International Consortium of Investigative Journalists) sostiene che, nei prossimi quindici anni, in Europa e Nord America il 65-75% degli acquedotti pubblici sarà controllato dalle Tre sorelle dell’acqua. Tra queste, le prime per dimensione e capitalizzazione, sono le francesi Veolia (gruppo Vivendi) e Suez, cresciute a dismisura in parallelo all’affermarsi delle teorie neoliberiste della scuola di Chicago, abbracciate da WTO e Banca Mondiale, che – per quanto in loro potere – hanno spinto gli stati ad abbandonare la gestione dei pubblici servizi, senza alcun dibattito politico. Suez-Ondeo (ex Lyonnaise Des Eaux) ha un fatturato netto di 2.1 miliardi di dollari ed è presente in 130 paesi (USA, Europa, Asia e America Latina) con 120 milioni di clienti, di cui 70 milioni nel settore acqua; Veolia, nata nel 2003 da Vivendi (ex General Des Eaux) ha 110 milioni di clienti e, con un fatturato di oltre 2,5 miliardi di dollari, si attesta quale prima compagnia del settore acqua.
Questi due colossi gestiscono oltre il 40% del mercato mondiale. Tuttavia la constatazione che, a livello globale, gran parte dei servizi di distribuzione e depurazione dell’acqua sono gestiti ancora da poteri pubblici, alimenta le loro prospettive di acquisizione di ulteriori e più ampie quote di mercato.
Negli ultimi quindici anni i due giganti francesi e le loro molteplici filiali sono riusciti a penetrare in molti paesi dell’America Latina, il cui forte indebitamento li ha costretti a chiedere sovvenzioni al Fondo Monetario Internazionale il quale subordina i prestiti alla privatizzazione dei servizi collettivi. In tal modo le multinazionali hanno avuto accesso a questi mercati in una posizione di sostanziale monopolio, il cui effetto è stato un aumento generalizzato delle tariffe, senza il promesso miglioramento del servizio per cui, in alcuni casi, il malcontento vivissimo della popolazione ha costretto i due colossi ad annullare gli accordi e a ritirarsi, per poi chiedere indennizzi alle istituzioni internazionali.
E’ il caso di Tucuman, in Argentina e di La Paz e di El Alto in Bolivia, per arrivare, più di recente, anche in Italia con l’affare Acqua Latina. Le liberalizzazioni-privatizzazioni in Italia vengono attuate secondo un preciso progetto, che possiamo chiamare “Operazione Britannia” , la cui prima fase si occupò della svendita dell'Iri, di Telecom Italia, Eni, Enel, Comit, Imi, Ina, Credito italiano, Autostrade, l’industria siderurgica ed alimentare pubblica; la seconda fase – in corso di attuazione – punta invece al settore della previdenza, della sanità, dei trasporti (ferrovie, trasporto pubblico di linea, trasporto navale, taxi), a quello delle utilities (aziende municipalizzate nei settori acqua, elettricità, gas) e ad altre funzioni di rilievo pubblico.
Ecco perchè in Italia oggi, nonostante le ultradecennali esperienze negative di privatizzazione, si predispone il meccanismo che consegna un bene pubblico ai profitti dei privati con la scusa che gli enti pubblici non hanno risorse per rimodernare gli acquedotti. E questa sarebbe una ragione valida da opporre agli elettori? Certamente! Soprattutto perché si nasconde alla loro memoria che le società municipalizzate, con la complicità degli amministratori comunali, hanno lasciato marcire i sistemi di distribuzione senza manutenzione e innovazione con notevoli disservizi, per cui oltre il 50% dell’acqua va attualmente perduta per dispersione della rete; che hanno permesso alla mafia, in zone dove è proprietaria di pozzi privati, di sabotare e deviare il flusso dell’acqua pubblica per costringere la gente a rifornirsi a pagamento dalle cisterne private dei mafiosi; che hanno attuato una politica di abbandono del Sud senza aver fatto niente per modificare quelle realtà dove l’acqua arriva un giorno a settimana, da anni.
Questo complesso di colpe viene messo a profitto dagli attuali governanti per convincere i cittadini del fatto che il ricorso all’efficienza dei privati è indispensabile, nascondendo oltre alle inefficienze degli amministratori pubblici anche il fatto che saranno sempre loro a pagare, in questo caso con aumenti altissimi delle bollette. E l’affare non è da poco.
Una manna – dice La Stampa del 16 novembre - per le lobby dell’oro blu che contano nelle loro fila ex municipalizzate come l’utility romana Acea, la ligure-piemontese Iride e l’emiliana Hera fino a multinazionali come Veolia e Suez. Un mondo che solo in Italia conta 252 imprese idriche per un fatturato totale che supera i 2,5 miliardi di euro. Inoltre l’Italia è prima in Europa per consumo d’acqua, e terza nel mondo, con 1.200 metri cubi di consumo annuo pro capite. Forse questa è la ragione dell’accelerazione imposta dal Governo Berlusconi, che già nella legge finanziaria del 2002 (D.L. 28 dicembre 2001 n. 448) aveva disposto che l’erogazione del servizi (art. 35) dovesse avvenire in regime di concorrenza, conferendo la titolarità del servizio a società di capitale.
In tal modo - cioè indicando solamente le società di capitali - escludeva tutte le aziende pubbliche o comunque le società derivanti dalla trasformazione delle ex-municipalizzate. Eppure, in Italia le grandi aziende nate dalla privatizzazione del sistema pubblico sono, in buona parte, società a partecipazione pubblica. Le più grandi, Acea e Iride, sono quotate sulla borsa di Milano nel settore blue chip, che comprende i titoli a più alta capitalizzazione, e controllano per mezzo di pacchetti azionari una miriade di aziende più piccole . E’ evidente che il nostro sistema pubblico è stato trasformato in un sistema misto nel quale la componente finanziaria è molto accentuata. Ne è derivato che l’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) - pensato dalla Legge Galli per razionalizzare l’erogazione dei servizi idrici - nel momento in cui l’acqua diventa un bene oggetto delle dinamiche finanziarie, - si è trasformato in una nicchia impenetrabile alla concorrenza.
Infatti le aziende, per ritagliarsi una fetta di mercato, si sono accorpate con lo scopo di ottenere il controllo di più ATO possibili, all’interno dei quali operare in regime di sostanziale monopolio. Ebbene, se è utopia credere che le aziende, soprattutto quelle quotate in borsa, prima di aumentare i profitti riducano le tariffe, è addirittura insensato credere che ciò possa avvenire senza una reale concorrenza. Realisticamente, il passaggio da pubblico a privato implica che l’erogazione del servizio è subordinata alla condizione di soddisfare i requisiti richiesti dal mercato, almeno in modo da creare capitali da reinvestire sotto forma di miglioramento strutturale. Se in un regime pubblicistico, per sua definizione senza scopo di lucro, il costo di un bene rappresenta il costo sostenuto per la sua produzione, in un regime privatistico esso necessariamente incorpora la nuova variabile del profitto. Questa è una delle ragioni per cui la riduzione delle tariffe è rimasta e rimane la grande chimera della privatizzazione.
L’acqua, in un regime oligopolistico di mercato, diviene di fatto un bene sensibile a forme di speculazione e, poiché è un bene vitale, pone una più vasta questione etica: entro quale limite è possibile subordinare la distribuzione dell’acqua e, più in generale, i servizi di quello che era considerato una volta lo Stato sociale, alle dinamiche finanziarie? E quanto è lecito lucrare dalla fornitura di beni indispensabili? Siccome la questione etica scuote, ogni tanto, anche la politica, o meglio quei politici più sensibili, fu l’approvato un emendamento che prevedeva lo stop a nuovi affidamenti di gestione della rete idrica e disponeva la titolarità delle concessioni di derivazione delle acque pubbliche ad enti pubblici.
Perciò sarebbe dovuto rimanere tutto fermo fino alla nuova legge quadro, invece il Parlamento ha deciso che, a partire dal 2011, per il bene comune fosse appropriato consegnare l’acqua agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati e per le Banche.
La questione etica per i nostri liberisti rimane quindi una questione di dettaglio, comunque subalterna al profitto.
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Ero da poco giunto in Italia dalla mia terra sudamericana, per la prima volta, ma mi fecero ugualmente una certa impressione. Quei candidi del Pd che si facevano riprendere, occhi commossi e sorriso beota, nelle vie statunitensi mentre andavano di porta in porta a propagandare Obama. Che diranno adesso? Certo che non ne imbroccano mai una...Comunque niente male per essere nobel della pace!
Ero da poco giunto in Italia dalla mia terra sudamericana, per la prima volta, ma mi fecero ugualmente una certa impressione. Quei candidi del Pd che si facevano riprendere, occhi commossi e sorriso beota, nelle vie statunitensi mentre andavano di porta in porta a propagandare Obama. Che diranno adesso? Certo che non ne imbroccano mai una...Comunque niente male per essere nobel della pace!
Usa non firmeranno trattato per messa al bando mine antiuomo
(Reuters) - Il presidente Usa Barack Obama - che sta per inviare non meno di altri 30000 uomini in Afganistan, con una spesa aggiuntiva di miliardi di dollari - non ha intenzione di firmare un trattato globale per l'abolizione delle mine antiuomo, perché uno studio ha dimostrato che gli Stati Uniti non posso garantire la propria sicurezza senza queste armi. Lo ha fatto sapere il Dipartimento di Stato. (...)
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Riceviamo e pubblichiamo
Pubblicato il Rapporto di Eurasia nr. 3 sugli effetti dell'uranio impoverito in Kosovo
Per consultare gli archivi della Lista di diffusione Eurasia {cliccare}
Francesco Capossela
Marco Benarrivo
C’è una nuova categoria in politica, forse un nuovo partito. Sono i cosiddetti “finiani”. Ormai non si fa altro che dire «l’intellettuale vicino a Fini», «la fondazione vicina a Fini», «il deputato finiano» etc. Insomma, sono tra noi. Non sono alieni, ma, a vederli lì, seduti allo stesso tavolo con Walter Veltroni e Leoluca Orlando, la sensazione che siano davvero scesi da Marte la danno tutta. Ormai Gianfranco Fini si serve dei suoi adepti per fare politica e a certi adepti non pare vero di avere tutta questa ribalta.
Due di loro, per esempio, Flavia Perina (Direttrice di un giornale che nella testata si definisce “Quotidiano del Pdl”) e Fabio Granata, si sono seduti al tavolo con i compagni Veltroni e Orlando per presentare un disegno di legge scritto congiuntamente insieme anche a Roberto Rao dell’Udc. Il disegno prevede la concessione del diritto di voto, nelle elezioni comunali e circoscrizionali, agli stranieri che risiedano in Italia da almeno cinque anni, senza, dunque, il bisogno che abbiano ottenuto la cittadinanza. «Una proposta - hanno detto i firmatari - che risponde a una priorità nell’affrontare i temi dell’immigrazione: quella di garantire inclusione e responsabilizzazione».
Francamente, ci riesce difficile coniugare la responsabilizzazione con il diritto di voto. Prima ancora che con i diritti, le persone responsabili si riconoscono dai doveri e da come li rispettano. E ci riesce anche difficile comprendere come si possa affrontare il tema partendo dal diritto di voto, l’ultima cosa cui, ci scommettiamo tutto quello che abbiamo, un immigrato aspira. Insomma, quella che viene definita una priorità è, invece, probabilmente una cosa che non interessa a nessuno, immigrati residenti da cinque anni compresi.
Ovviamente, non la pensiamo come Bossi che ha risposto all’iniziativa con un «gli immigrati devono essere mandati a casa loro, non c’è lavoro neanche per noi», ma, francamente, iniziare da un diritto che fino a oggi è appannaggio dei soli cittadini, e non dai doveri (parola una volta tanto cara a Fini e ai suoi seguaci) pare eccessivo. Ottenere la cittadinanza e, dunque, il diritto di voto è difficile ed è un procedimento lungo, proprio a tutela dello Stato e di coloro che in quello Stato non soltanto vivono, ma anche si riconoscono. Cinque anni di semplice residenza sono pochi per dire la propria.
Si fa il solito esempio: chi paga le tasse ha diritto a esprimersi e a essere rappresentato. Perché? Da quando il diritto di voto si compra con i contributi o con le imposte? Un italiano disoccupato e senza reddito, allora, non ha diritto a votare? Ragionando così, in termini prettamente economici (o fiscali), si rischia di arrivare al paradosso per cui Gennarino Esposito, disoccupato napoletano, siccome è senza reddito e non paga le tasse, non può scegliersi il Sindaco, mentre il suo vicino di casa, Mustafà Khalil, che lavoricchia in fabbrica, può farsi dare la scheda elettorale. Poco importa che si parli di elezioni comunali e non di politiche. Sempre di rivoluzione si tratta, sempre di svendita di qualcosa di nostro, senza neanche la pressante esigenza di qualcuno che voglia comprare quel qualcosa a tutti i costi.
Non ci risulta, infatti, che gli immigrati, residenti, ma non ancora cittadini, si strappino i capelli per non poter votare. Anzi, a guardare l’affluenza alle urne delle ultime amministrative, verrebbe da dire che anche gli italiani, del famoso voto alle comunali, se ne fregano altamente.
Alla faccia della priorità e della responsabilizzazione. Vogliamo dire a chi non va a votare che è un irresponsabile? Peraltro, la vicenda sta creando sconquassi politici di non poco conto e, francamente, ci mettiamo nei panni di Gennarino Esposito che rischia di veder cadere un Governo perché quei signori in giacca e cravatta (o tailleur) si affannano, non tanto per trovar lavoro a lui, ma per dare il diritto di voto a Mustafà Khalil. Perfino Mustafà sarebbe più contento che quei signori trovassero lavoro al suo amico Gennarino, ‘ché tanto a lui, di votare la Jervolino o chi per lei, non frega proprio niente.
Questo, giusto per far capire a Perina, Granata e compagni che quando usano la parola “priorità” devono stare un po’ più attenti. Dicevamo degli sconquassi politici. La Lega ha un diavolo per capello (la reazione di Bossi parla chiaro) e il Pdl “non vicino a Fini” non ne può più di sopportarne una al giorno. «è inaccettabile - ha detto, per esempio, Fabrizio Cicchitto - che su un tema così delicato alcuni colleghi del gruppo del Pdl abbiano preso l’iniziativa di presentare un disegno di legge firmato con esponenti dell’Opposizione, senza che la Presidenza del gruppo sia stata interpellata e tenendo conto che questa proposta non è contenuta nel programma di Governo».
Flavia Perina ha risposto: «Non mi sento un’extraterrestre nel Pdl. Nei grandi partiti ci sono avanguardie e corpo del partito. Penso che facciamo parte di questa avanguardia». Avanguardia? Con Veltroni e Orlando? Auguri
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Ma cos'è questa crisi
Il FMI raccomanda cautela. Strauss Kahn ammette che le economie dei maggiori Paesi avanzati sono ancora fragili e dipendono dal supporto statale e che i sistemi bancari, nella maggior parte dei Paesi avanzati, rimangono sotto-capitalizzati.
Traduzione: banche e finanziarie non si sono ancora riavute dai danni provocati dalle proprie speculazioni. Quindi spetta ancora allo Stato l'ameno compito di porgere soldi pubblici per salvare gli speculatori.
La solita ricettina del libero mercato; socializzare le perdite e privatizzare i profitti.
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